IL FOLLETTO DEL NATALE ed altre storie

 

 

 

 

Illustrato da Paola Zunino

Per casaRosa

 

 

 

 

IL FOLLETTO DEL NATALE

 

di OLIVIA ARCARI

Tanto tempo fa, in un paesino della Norvegia di nome Bergen, abitava Hans, un piccolo vichingo.

Hans viveva in una casetta di legno che papà Jan aveva costruito con le sue mani per la sua sposa Fiona. Jan, come tutti i norvegesi della costa, era un pescatore e tutte le mattine d’estate alle 4 rientrava in porto, a bordo del suo peschereccio, pronto per vendere i salmoni al mercato sulla piazza principale.

L’inverno il fiordo era ghiacciato e la pesca pressoché impossibile, così Jan allevava dei maiali da vendere e da mangiare per la festa di S. Lucia.

Era comunque mamma Fiona che riusciva a mantenere stabile il bilancio familiare, facendo caldi maglioni da vendere al mercato di Oslo, la prima domenica di tutti i mesi.

Si avvicinava il Natale; Hans e la sua sorellina Emily erano eccitatissimi perché si ricordavano delle feste passate quando, il mattino all’alba, correvano vicino al camino, per vedere se nella calza vi erano i doni che avevano chiesto a Babbo Natale.

Emily, l’anno precedente, si era alzata per prima ed era corsa a svegliare tutti affermando di aver visto il mitico vecchio dalla candida barba con le sue 12 renne uscire dalla finestra.

Hans, che moriva di curiosità, era ben deciso quest’anno a fermarsi in cucina tutta la notte perché anche lui voleva parlare con Babbo Natale e sognava di guidare la slitta, per poi raccontare a tutti gli amici la sua avventura.

Una sera Hans era seduto sulla sedia a dondolo e, mentre guardava la mamma preparare con le aringhe sott’olio una gustosissima cena, compilava la lista dei desideri.

Non era sicuro se dare la precedenza al trenino o a un bel cavallo a dondolo di legno che aveva visto all’emporio del signor Nicholas.

Emily invece era ben decisa: desiderava una bambola di porcellana con il costume delle donne norvegesi. Intanto anche Jan era rientrato, ma non era del solito umore; quel giorno era andato a saldare il conto dal signor Johanson per il nuovo recinto dei maiali e si era accorto che la spesa era stata superiore al previsto. Era proprio dispiaciuto perché aveva intenzione di regalare alla moglie la camicetta di pizzo che avevano visto insieme a Oslo.

Pensava che forse esisteva un modo per racimolare qualche corona in più…

Secco, sarebbe andato la domenica seguente al mercato di Sogne per vendere alcune statuine di legno che aveva intagliato durante il tempo libero. E poi, tutto sommato, Fiona aveva venduto molto bene a Oslo sia i guanti che le sciarpe in lana grezza: non doveva preoccuparsi dei soldi per comprare qualche leccornia per il pranzo di Natale.

La serata proseguiva tranquilla, tutti insieme addobbarono la cucina e mentre i bambini appendevano all’albero dei pupazzetti di cartone, mamma Fiona lucidava le pentole di rame; poi sarebbero andati tutti a nanna.

Durante la notte Jan sentì bussare lievemente alla finestra, si alzò piano piano e… non riuscì a credere ai suoi occhi: “Babbo Natale!” era proprio lì e gli faceva segno di uscire.

Si stropicciò gli occhi e si diede un pizzicotto bello forte su di un braccio, ma non era un sogno: Babbo Natale era proprio lì sul suo balcone e gli faceva segno di seguirlo.

“Jan, non stare lì impalato, sali sulla terza renna, andiamo nel bosco delle favole” ordinò il vecchio.

“Ma… ma… veramente è un po’ tardi. A quest’ora io…” mormorò Jan.

“Dai papà, sali, ci divertiremo, vedrai!!” intervenne Hans facendo capolino da dietro la mole considerevole di Babbo Natale.

“Ma… tu che fai lì, dovresti essere a letto con Emily! “ esclamò Jan.

“Coraggio, le chiacchiere a dopo, tenetevi forte, si parte!” tagliò corto Babbo Natale con tono burbero.

E così, in un batter d’occhio, sorvolarono tutta la costa giungendo a Capo Nord.

Mentre le renne rallentavano il loro volo, Babbo Natale urlò: “Destinazione davanti in basso!”

Poi porse loro un minuscolo astuccio; all’interno brillava una ancor più minuscola chiave d’oro.

“Ecco… questa è la chiave dei desideri. Nel bosco c’è una casetta molto piccola, non vi sarà facile vederla perché abitata da un folletto giocherellone, che ogni notte cambia l’aspetto della sua dimora. Nascosto nella casina c’è uno scrigno magico, chiuso da mille serrature. Se riuscirete ad aprirlo, il contenuto sarà vostro. Attenzione, però: potete fare solo 3 tentativi, se fallirete tutto svanirà in un attimo e non ricorderete più nulla. Auguri allora, ci vediamo la notte di Natale”.

Jan perplesso rispose “Ma… io non so dove andare… è buio, come facciamo?”

“Papà, guarda! Una lucciola ci fa segno di seguirla, andiamo!” esclamò Hans per rincuorarlo.

Iniziarono così le ricerche nel bosco, sempre illuminati dalla fedele lucciolina.

Ad un certo momento sentirono le dolci note di un’arpa e dietro ad un pino scorsero un grande lampone. Hans disse: “Ecco, ecco, papà… ci siamo. E’ la casetta magica e là c’è il folletto burlone che suona”.

Lentamente si avvicinarono; stavano per bussare al portoncino rosso, quando improvvisamente il lampone scomparve.

Hans si mise a piangere disperatamente, ma subito si accorse che le sue lacrime, cadendo sul prato, assumevano i colori dell’arcobaleno, formando un sentiero luminoso.

Sempre accompagnati dalla lucciola curiosa, seguirono attentamente le tracce fluorescenti e giunsero dinnanzi ad una roccia ricoperta da soffice muschio e videro lo scrigno, tempestato di pietre preziose, posato sopra.

Papà Jan, felice, immaginò subito la meraviglia della moglie nel vedere quella fortuna.

Temendo un altro scherzo, però, si avvicinarono piano piano al tesoro e infilarono un po’ sospettosi la chiave nella prima serratura…

Clic, clic… nulla!!

Nella seconda…

Clic, clic…nulla!!

Ormai sfiduciati, provarono per la terza ed ultima volta.

Aperta, evviva!!!

Nello stesso istante balzò dallo scrigno il folletto simpatico e donò ad Hans ciò che rende il Natale, per tutti i bambini del mondo, un momento magico: la

 

FANTASIA.

 

IL VOLO TRA I RAMI

 

di PIERO RAINERO

“Eccolo là!” notò Picchio.

“Sì!… Spirito Santo..”

Cardellino era solito esprimersi in modi non usuali, non fateci eccessivo caso.

“Avete proprio ragione,” si intromise Passero “è laggiù che dobbiamo andare”.

Allocco disse allora “Dobbiamo dirigerci là?! E perché? Chi ce lo ha ordinato?”.

“Non lo so davvero, ma la pergamena delle Virtù così recita.” asserì il vecchio Pettirosso.

Questa strana discussione avveniva, tanto tempo fa, ad Acqui Terme, nei pressi della fontana delle Ninfe, dove il non troppo numeroso stormo, dodici uccelli, si era posato per rifiatare ed abbeverarsi.

La fontana suddetta dista circa 250 metri (fidatevi) dalla cupola della chiesa di Santo Spirito (ah…Cardellino!) e la nostra dozzina di amici vide che tra i due monumenti vi erano esattamente 18 alberi (vi prego di credermi nuovamente, li ho contati) allineati a regola d’arte.

“Beh,” tagliò corto a questo punto Gheppio “Se è quella la nostra meta, cosa aspettiamo?”.

“D’accordo, partiamo.” Confermò Pettirosso.

I nostri amici, dopo aver sbattuto energicamente le ali per asciugarle, spiccarono quel volo che ritenevano si sarebbe svolto in brevissimo tempo ma che, al contrario, si rivelò ricco di eventi, infarcito di sorprese ed irto di difficoltà.

Il primo incidente accadde a pochi metri dal decollo, proprio al primo albero, dove Codirosso sbatté violentemente il piccolo capo contro qualcosa di duro, strabuzzò gli occhi e stramazzò a terra. Gli undici compagni invertirono istantaneamente la direzione del volo e, dipingendo nel cielo un cerchio perfetto, atterrarono circondandolo premurosamente.

“Atipsac!” urlò Cardellino.

“Ma che dice?” gli fece eco Allocco.

“Nessuno lo ha mai capito, proviene da un bosco lontano” disse Rondine.

“Bando alle chiacchiere “ordinò Pettirosso. ”Aiutiamo piuttosto Codirosso”.

“Che ti è successo, Codirosso?” chiese Ghiandaia.

“Io… non… io …non so … dove sono?” rispose Codirosso.

“Intontito marcio!” diagnosticò Gheppio.

“Lassù, guardate! Ecco cosa lo ha fermato.” Osservò Fringuello (Fringuello era abituato a parlare poco e riflettere molto).

Gli undici uccelli, con in coda Codirosso che nel frattempo si era ripreso dalla botta ma manifestava un assetto di volo assai precario, si avvicinarono con la dovuta cautela all’oggetto che aveva attratto la loro attenzione e si trovarono di fronte ad una piccolissima casupola, dipinta di blu, con impresso in alto, ben visibile, il numero 1.

Non avevano ancora fatto in tempo neppure ad aprire il becco (è proprio il caso di dirlo) che videro, sbigottiti, un Colombo con in testa un basco verde a pois rossi (sono della vostra opinione: non il massimo dell’eleganza, neppure per un uccello) che li accolse con un “Alla buon ora! Cominciavo a stufarmi di aspettare e poi fa freddo a quest’ora (le 18.55, per i pignoli) d’inverno. Mettete in ordine cronologico questi personaggi: Giotto, Mozart, Napoleone, Carlo Magno, Omero, Giulio Cesare, Newton.”

Tutti si guardarono in faccia, stupiti e straniti, incapaci per la sorpresa di biascicare una sillaba dopo un’altra.  Il più veloce a riprendersi fu Passero, il quale tra l’altro aveva spulciato qualche giorno innanzi una enciclopedia storica, che diede la risposta al quesito ordinando correttamente i nomi. (a proposito: voi come li avreste collocati?).

“Benissimo!” fu il commento del colombo “vi siete meritati il primo foglio.”

E consegnò nelle loro mani (pardon, zampe) un microscopico foglietto rettangolare, ricavato dal taglio di un antico papiro egiziano, arrotolato e chiuso con un vivacissimo fiocco rosso.

I vari componenti dello stormo si appollaiarono stretti stretti su di un solo ramo per assistere alla apertura del foglio (gli uccelli sono animali curiosissimi), onore che ovviamente toccò al vecchio e saggio Pettirosso.

Sul papiro vi era rappresentata soltanto una foglia di edera sormontata da uno svolazzo. I nostri amici si scambiarono qualche sguardo perplesso, fecero una alzata di spalle (ali, scusate ancora) e, tutti insieme, spiccarono il volo. Ancora tutti uniti arrivarono al secondo albero.

Alcuni rami erano ancora infarinati di neve, altri no; proprio questi, col buio della sera, rendevano insidiosa l’avanzata, perfino per dei professionisti dell’aria quali erano loro.

“Ah! Non poter disporre di un dispositivo radar come quei mammiferi (questa parola fu pronunciata in tono decisamente spregiativo) di pipistrelli”, scappò detto a Regolo mentre cambiava repentinamente direzione per evitare una zuccata in un nodoso ramo scuro come la pece.

La zuccata, e che zuccata, non riuscì ad evitarla invece Picchio, ed il rimbombo particolare dell’urto, un suono di legno vuoto colpito, segnalò al gruppo che un secondo oggetto strano era collocato tra i rami, seminascosto.

Era un’altra casetta, contraddistinta però dal numero tre (lo stormo appurò poi che non esisteva la numero due).

Questa volta li attendeva sulla soglia un piccione conciato con un cappotto blu, verosimilmente per il freddo, ed un basco a strisce verdi e grigie.  “Una patologia comune “pensò Ghiandaia.

Subito chiese loro a bruciapelo, senza alcun preambolo “Se volo da Roma fino a Stoccolma passando per Berna, Parigi, Berlino e Copenaghen, quali nazioni sorvolo?”.

A voi sembrerà un quesito da quattro soldi, ma provate ad immaginarvi di essere un uccello e dover imparare la geografia solo mediante viaggi così lunghi ed impegnativi.

Dopo frenetiche consultazioni e qualche titubanza Rondine, portavoce in questa occasione dell’insieme dei nostri amici, rispose “Italia, Svizzera, Francia, Germania, Danimarca e Svezia ”.

“Perfetto!” confermò il piccione imbacuccato e consegnò loro il secondo papiro, raffigurante una castagna.

Una scena analoga si svolse in seguito sul terzo albero, dove vi erano due casette con difficili domande di matematica, del tipo “Quanto fa 11 + 5?” (dovete sapere che gli uccelli hanno molte difficoltà a destreggiarsi con numeri eccessivamente grandi, diciamo maggiori di 12) o addirittura, come nella quinta casetta, “Qual è il risultato della divisione di 10 per 2?”.

Sulla quarta pianta, che ospitava ben quattro casette (vi risparmio i colori dei baschi dei quattro colombi nonché il commento delle varie zuccate: ho pietà di voi), albero evidentemente tutto dedicato alla musica, il nostro gruppo di uccelli dovette indovinare alcune arie liriche, elencare almeno sei sommi compositori, fischiettare alcuni brani pop (Usignolo lo fece in modo sublime) e persino comporre una breve ninna nanna.

Dopo altre inenarrabili avventure accadute tra il quinto ed il diciassettesimo albero e che non vi verranno descritte (proprio perché inenarrabili, cioè che non si possono raccontare), la nostra sporca dozzina (ormai erano tutti inzaccherati e fradici) approdò finalmente all’ultimo albero, il diciottesimo. I nostri eroi si sparpagliarono per perlustrare velocemente tutte le ramificazioni, trovando una sola casetta contraddistinta dal numero 21.

Regolo entrò con circospezione nella piccola scatola, dal momento che questa volta nessun loro simile era sulla porta ad aspettarli con un quesito pronto.

Mentre dall’esterno provenivano distintamente i commenti dei compagni (ad esempio Regolo sentì Allocco chiedere “Cosa sono quelle quattro luci accese là a destra, a quest’ora della vigilia di Natale?” e Ghiandaia replicare “Oh, nulla. Non farci caso, è il numero 28, uno studio di avvocati, quelli lavorano fino a tardi”), egli guardò attentamente nei vari angoli della costruzione di legno e finalmente scorse l’agognato foglio, saldamente fissato ad una parete con quattro spille da balia.

Lo recuperò prontamente, uscì e disse agli ansiosi astanti “Eccolo, ce li abbiamo tutti, possiamo infine andare ”.

“Cosa c’è su quel foglio?” chiese Fringuello.

“Solo un punto esclamativo.” rispose Regolo.

“Ovitamalcse otnup nu?” disse Cardellino.

“Che ha detto stavolta Cardellino?” intervenne Usignolo.

“Ah” fece Fringuello

“Ho capito!  Cardellino è arabo: parla al contrario!” (l’avevate già scoperto, vero?)

“Bene, in volo per gli ultimi cento metri, grazie al cielo” ordinò il vecchio, saggio e stanco Pettirosso. A questo punto i protagonisti della nostra storia avevano recuperato diciotto foglietti, contenenti i più svariati disegni, rappresentanti tutti cose familiari al regno degli uccelli, di cui vi fornisco l’elenco dettagliato:

3 ESCHE, 2 CASTAGNE, 3 OCHE, 2 API, 2 NOCI, 1 FOGLIA DI EDERA sormontata da uno svolazzo, 1 MELA, 1 PUNTO ESCLAMATIVO, 1 RATTO, 1 SEME, 1 ZAPPA.

Lo stormo, stanco, dolorante per le zuccate prese, sporco, bagnato di neve, provato, infangato…… insomma… al limite dello svenimento, ma raggiante, si pose pochi istanti dopo sulla cupola , argentea per il chiarore lunare, della chiesa di Santo Spirito.

Il lungo viaggio era finito. Dalla sommità della cupola ventiquattro vispi occhietti osservavano la pace che emanava dai candidi tetti, dalle luminarie accese nelle vie, dall’infervorato via vai delle persone cariche di pacchi.

Nessuno avrebbe potuto formulare brutti pensieri in quella magica sera della vigilia di Natale. L’incanto venne rotto da un rumore improvviso; con uno scatto si aprì nella cupola una piccola botola, ne uscì un loro simile che, dopo averli squadrati uno ad uno proruppe:

“Benarrivati, mi chiamo Cristoforo, la nostra comunità è costituita da un centinaio di elementi. Alcuni di noi, i piccioncini certosini, ricopiano pazientemente e diligentemente vecchi volumi di zoologia e botanica, ricchi di illustrazioni, perché non sappiamo usare la macchina fotocopiatrice delle suore, che comunque non fornirebbe copie a colori.

Altri, i colombi custodi, vegliano sui bambini che giocano, svolazzando in ogni angolo del cortile interno, pronti a richiamare l’attenzione delle mamme o delle educatrici non appena un bambino sta per farsi male o cacciarsi nei guai. Altri ancora, i piccioni buffoni, tollerano di essere spaventati dai ragazzi che li rincorrono, lieti di vedere radiosi sorrisi sui loro volti ed accontentandosi di venir ripagati dalle allegre melodie provenienti dalle aule della scuola di musica.

Ancora altri poi, i colombi pii, non appena si allungano le prime ombre della sera e le porte della chiesa vengono sigillate, descrivono volando ampie spirali sotto la parte interna e più alta della cupola, osservandone gli affreschi come per rendere omaggio alla bellezza della Creazione. Insomma noi, i celebri Colombi Salesiani, mediante l’organizzazione tipica dei monasteri medioevali diamo un aiuto rilevante al lavoro delle suore. In questi giorni, ad esempio, mettiamo in scena qui a Santo Spirito la rappresentazione di Gelindo.

Si tratta di un antico copione di ascendenza forse seicentesca, che venne stampato per la prima volta ad Asti nel 1809 e poi successivamente ripubblicato decine e decine di volte da molte tipografie monferrine, torinesi, novaresi. Gelindo nella commedia personificava un bonario contadino del Monferrato, proprietario della capanna in cui nacque Gesù Bambino: nella tradizione piemontese a dare accoglienza al Dio fatto uomo è dunque un agricoltore, e non un pastore. Bene, so che arrivate da luoghi lontani e avete sopportato dure fatiche per giungere qui, desiderosi di unirvi a noi per divenire membri del nostro stormo.

So anche che noi, nelle ultime centinaia di metri, con il volo notturno tra i rami vi abbiamo richiesto un’ulteriore prova tutta speciale, improntata sull’aiuto reciproco per rispondere su contenuti di molteplici discipline. Ma, mi spiace, vi attende ancora una prova, quella finale. Un’ultima domanda vi aspetta, un’ultima risposta ci occorre.”

Dopo qualche secondo, che a Codirosso sembrò interminabile, il vecchio, saggio, stanco e sofferente Pettirosso chiese “Quale è la domanda? Siamo pronti.”

“Itnorp omais” confermò Cardellino.

Riprese allora il Priore dei colombi: “Voi, nel vostro avventuroso viaggio, avete seguito scrupolosamente le indicazioni contenute nella Pergamena della Virtù. Bene: cosa è la virtù?”.

Quando Colombo Cristoforo (gli uccelli antepongono tassativamente il cognome al nome) finì questa frase essi videro alle spalle del loro interlocutore una striscia di carta contenente 21 caselle vuote:                 

.    .   .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    . 

Allibiti, si scambiarono occhiate che lasciavano trasparire una crescente angoscia.

Dopo pochi minuti di assoluto silenzio, il viso di Fringuello si illuminò; la sua acuminata intelligenza gli suggerì una soluzione.

Doveva metterla alla prova. Recuperò freneticamente tutti i fogli raccolti dai propri compagni, controllò l’ordine cronologico in cui erano stati trovati e la numerazione delle varie casette e, dopo averli disposti nei posti vuoti sulla striscia, disse: “Tranne l’ultimo che era su carta normale, tutti gli altri erano raffigurati su papiri e quindi vanno interpretati come geroglifici, anche se un po’ particolari; l’edera accentata è una E’, la mela una M, l’ape una A e così via. Vanno disposte nell’ordine nel quale sono state recuperate e occorre lasciare vuoti gli spazi numero 2, 13 e 15, corrispondenti a case non esistenti.  Guardate!”.

Ed ecco cosa videro:

. E’ .   . C . O . N . O . S . C . E . N . Z . A .      . E .    . A . M . O . R . E . ! .

“E’ proprio così” sentenziò Cristoforo “e voi lo sapete bene, perché lo avete sperimentato durante  il volo tra i rami, condotto da voi in modo veramente virtuoso: siamo onorati di accogliervi nel nostro grande stormo”.

Passero si voltò allora verso un raggiante Pettirosso dicendogli: “Tu lo immaginavi, un epilogo del genere, non è vero?”.

Il vecchio, saggio, provato, sofferente e felice Pettirosso chinò leggermente il capo verso Passero, aprì impercettibilmente il becco e gli strizzò l’occhio destro.

 

FATINA GAIA

 

 

di OLIVIA ARCARI

 

Cari bambini, avete tanta fantasia?

Datemene giusto un pizzichino, necessario per raccontarvi la storia della fatina Gaia.

In realtà, Gaia è un’angioletta bellissima, con gli occhioni grandi color del mare, i capelli d’oro come l’orzo prima del raccolto, la bocchina rossa come una ciliegia di giugno… ed il cuore carico d’amore come SOLO i bambini possono avere!!!

Ebbene, questa meravigliosa fatina altri non è che la sorellina di Cupido… l’angioletto che ha riportato l’amore nel mondo!!!

In Paradiso i due fratellini giocavano sempre a nascondino fra le nuvole, a 1… 2…3… stella proprio fra le stelle, o a stellavolo, quando una cometa passava nel cielo.

Giocavano allegri e gioiosi, finché a Cupido non venne la brillante idea di sfidare la dea Afrodite!

É da lì che sono iniziati i guai per la fatina Gaia.

Cupido, vinta la scommessa con Afrodite, ha pensato bene di nascere portando amore in una bella famiglia che ora, grazie a lui, vive avvolta da un turbinio continuo di puntini d’oro, turchesi, verde smeraldo… cioè tutti i colori della vita.

Da quel giorno la fatina Gaia è diventata triste triste, gioca ancora con gli altri angioletti, ma le risate e gli scoppi di gioia che provava con Cupido sono ormai lontani.

Si siede spesso sulle nuvole più basse, quelle più vicine alla Terra, così da vedere il suo adorato fratellino (apparentemente dimentico di lei) che gioca a rugby, va a Londra, scrive a Babbo Natale…

Ecco! Babbo Natale!

Solo lui può aiutarla.

In fretta Gaia si mette sciarpa e berrettino rosso e vola al Polo Nord.

Non è difficile trovare la casetta di Babbo Natale, è l’unica che è sempre illuminata a festa e che ha 12 renne magiche che pascolano nel giardino.

Agitatissima, Gaia bussa alla porta e Babbo Natale in persona le apre l’uscio, salutandola così: “Fatina Gaia, benvenuta finalmente! Ma lo sai che giù nel mondo ti aspettano da tempo!? Pensa che mi è arrivata la letterina del tuo caro Cupido, che ha come unico desiderio una sorellina. E’ giunto il momento che tu inizi un meraviglioso viaggio verso la vita!”

Babbo Natale, vedendo la commozione della fatina che non riesce più a spiaccicare parola per la gioia, aggiunge: “C’è però una cosa molto importante. I tuoi genitori devono scoprire il segreto della vita, solo così potrai davvero nascere. Ora va, questo è il mio regalo di Natale – le dice, porgendole una minuscola scatolina – ma non aprirla prima della notte del 24, altrimenti il tuo desiderio non si avvererà.”

In un battito di ciglia, la fatina Gaia è già lontana dal Circolo Polare Artico e sente sul suo viso una brezza calda che profuma di mare.

Gaia è felice, ma anche sgomenta.

Quale sarà il segreto della vita, e come potranno i suoi genitori scoprirlo?

Intanto, Babbo Natale non resta inoperoso; in gran segreto, una notte, posa un puntino d’oro, simile ad una lucina magica, sul cuore di mamma e papà, che senza sapere come e perché, la mattina seguente si alzano carichi di ottimismo!

Volete sapere cosa ha regalato Babbo Natale a quei due genitori?

La fiducia nella vita, che altro non è se non il desiderio irrefrenabile di sorridere!

Arriva così il 24 sera, Gaia agitatissima, apre la scatolina e trova… il sorriso caldo ed amoroso della sua mamma!

 

Piccolo Angelo che non impara a volare

 

 

 

di Mariangela Tardito

 

In Paradiso c’era una strana atmosfera.

Gli Angeli correvano indaffarati di qua e di là, si incrociavano, si urtavano e si muovevano frenetici; i vecchi Santi Sapienti camminavano più lentamente del solito e parlavano come sempre fra di loro, ma a voce più bassa come temessero di essere ascoltati da chissà quale nemico; Serafini e Cherubini facevano lunghi voli da una parte all’altra del firmamento e sembra non trovassero pace: si posavano e chiudevano le ali, un attimo dopo li riaprivano, si facevano un voletto e poi tornavano.

Insomma, una gran confusione; sì, in Paradiso in quei giorni c’era proprio una strana atmosfera.

Piccolo Angelo era l’unico a non curarsene, a non chiedere spiegazioni ad Angeli Anziani, a non parlottare con altri piccoli angeli come lui.

Piccolo Angelo aveva un grosso problema: non riusciva ad imparare a volare.

Non che non avesse una gran volontà: seguiva tutti i consigli degli amici angioletti, aveva provato e riprovato gli insegnamenti della scuola di volo e del Maestro Angelo, era andato a chiedere agli Angeli Maggiori i loro segreti ed era stato in religioso silenzio ad ascoltarli; aveva attentamente guardato Serafini e Cherubini ed una notte aveva persino spiato sino a tardi Michele, Raffaele e Gabriele che si lavavano le ali nella fontana posta vicino all’ingresso del Paradiso, la fontana dei Beati e dei Santi. Poi, l’indomani, aveva fatto così anche lui, rischiando un grosso castigo perché quella era una fontana che solamente gli angeli delle Celesti Gerarchie potevano utilizzare.

Eppure, niente era servito: Piccolo Angelo proprio non imparava a volare.

Qualche svolazzamento qui e là – più o meno come una gallina o un tacchino – riusciva a farlo, ma i bellissimi, lunghi voli attorno alla Terra che facevano gli Arcangeli, quelli neppure per scherzo!

Gli altri Angeli Giovani cominciavano ad andare sempre più lontano, sempre più in alto; lui niente.

Adesso persino un paio di Angeli arrivati in Paradiso molto tempo dopo di lui stavano imparando; lui niente, e Michele, l’Arcangelo dalle grandi ali, una volta – incontrandolo per caso – gli aveva chiesto:

  • Ma che c’è, non stai bene con noi?

Piccolo Angelo aveva chinato il capo, era arrossito e la voce gli era uscita esitante, balbettante e roca:

  • No, no… io sono felice di essere qui! Aveva esclamato.

Ma l’Arcangelo era già lontano.

Così quel giorno aveva preso una decisione: sarebbe salito sulla nuvola più alta e si sarebbe buttato giù: di lassù alla Terra sarebbe riuscito a spiegare le ali e muoverle nel modo giusto: c’era così tanto spazio!

Che importanza aveva quella strana atmosfera: lui doveva imparare a volare.

Che senso ha un angelo, se non vola? A cosa serve?

Piccolo Angelo aveva deciso.

Nessuno lo vide sgattaiolare fuori, oltre le porte del Paradiso; nessuno notò che saliva di nuvola in nuvola, sempre più in alto, arrampicandosi con fatica sempre più su, sino alla nuvola più alta.

Erano tutti troppo indaffarati, quella volta, in Paradiso, e c’era proprio una strana atmosfera. Nessuno notò che Piccolo Angelo non era a cena e che il suo lettino quella notte era rimasto vuoto.

La nuvola più alta nel cielo invece si accorse di quel peso estraneo e sbottò, si contorse, si stiracchiò poi si strinse di cirro in cirro, facendosi di porpora e d’oro dal dispetto.

Alla fine fu tanto il fastidio che starnutì.

Le nuvole sono luoghi sensibili e quella era la più alta di tutte, così starnutì con tutti i lembi che aveva.

Piccolo Angelo stava cercando il posto più adatto per buttarsi giù, ma il brusco movimento improvviso del terreno soffice che a malapena lo sosteneva lo fece ruzzolare giù senza preavviso…

Così cadde, cadde, cadde. Velocissimo e a piombo, senza il tempo neppure di rendersi conto cadde, cadde, cadde con l’aria che gli fischiava negli occhi ed il vento che gli risuonava nei capelli.

Cadde rovinosamente giù sino in Palestina, vicino ad un luogo chiamato Betlemme, in una campagna battuta dal freddo della notte, accanto ad una grotta. Per fortuna c’era un mucchio di fieno che qualcuno aveva raccolto contro la parete di pietra e di sasso.

Piccolo Angelo rimase immobile per un momento, poi si sollevò mettendosi a sedere, si tastò qua e là: non si era fatto niente.

Pianse, però, pianse ugualmente: grosse lacrime scesero lungo le sue guance ed andarono a bagnare il suo abito bianco.

Proprio non riusciva ad imparare a volare!

Era la notte del 25 dicembre e una stella cometa, enorme e luminosissima, si posò sulla povera grotta nella campagna di Betlemme.

Piccolo Angelo guardò dentro e vide un Bimbo in una mangiatoia; accanto al Bimbo c’erano un bue e un asinello, una giovane donna che lo accarezzava ed un uomo affaccendato e commosso.

Dimenticò di essere ruzzolato dal cielo, dimenticò di essere l’unico angelo che proprio non riusciva a volare e senza neppure rendersene conto incominciò a cantare:

 

Gloria in excelsis Deo

Et in terra pax hominibus
Bonæ voluntatis.

 

Tutto intorno sembrò fermarsi: la sua voce purissima, forte e cristallina, si levò nell’aria, si sparse nelle campagne ed arrivò dovunque, dalle povere capanne degli artigiani di Nazareth ai giacigli improvvisati dei pastori che si preparavano a dormire all’addiaccio con le loro greggi.

Si alzò e si sparse e gli angeli si fermarono tutti, stupiti, incuriositi ed infine estasiati da quel meraviglioso canto.

Mai si era sentita una voce così bella, così dolce ed insieme così potente.

 

Gloria in excelsis Deo

Et in terra pax hominibus
Bonæ voluntatis

 

ripetette Piccolo Angelo, ancora più forte.

I pastori si alzarono e guardarono il cielo, attratti dal bagliore della cometa; il fabbro e il tessitore, la cucitrice e la ricamatrice uscirono sulle soglie delle loro abitazioni; i bambini smisero i consueti giochi serali ed i vecchi scossero il capo mormorando:

E’ venuto. Dobbiamo andare.

Allora tutti partirono, portando piccoli doni per il Bimbo appena nato, guidati dalla luce e dal canto che continuava…

 

Gloria in excelsis Deo

Et in terra pax hominibus
Bonæ voluntatis

 

e adesso risuonava addirittura nelle menti e nei cuori di tutti coloro che quella notte erano nelle campagne di Nazareth.

Michele, l’arcangelo dalle grandi ali, ripose la spada e sedette accanto all’ingresso della grotta come un povero pastore qualunque. Raffaele sorrise e mise la mano sulla spalla di Michele; insieme si volsero verso Gabriele che mormorò: “Il Bambino è nato”, e stese il braccio destro verso l’interno della grotta.

Un piccolo fuoco si sprigionò dall’acciarino che il padre del bambino teneva in mano e subito l’ambiente sembrò riscaldarsi.

Piccolo Angelo, intanto, continuava a cantare; il Bambino si voltò, parve guardarlo e gli sorrise.

Una schiera di Angeli riempì il cielo, e tutti presero a cantare in coro:

 

 

Gloria in excelsis Deo

Et in terra pax hominibus
Bonæ voluntatis

 

Ma la voce più bella, quella che guidava il canto e che più di ogni altra si sentiva, era di Piccolo Angelo…

Mentre cantava, e gli veniva così naturale come lo avesse fatto da sempre, non pensò più di non saper volare, non si sentì più solo ed incapace, un piccolo giovane angelo fallito miseramente.

Serafini, Cherubini, Troni e Dominazioni, dalle importanti gerarchie angeliche agli angioletti piccoli ed umili, tutti cantavano con Piccolo Angelo.

Il Bambino era nato.

 

 

 

L’AMORE DI NONNO PETER

 

di OLIVIA ARCARI

 

La befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte…

 

è una filastrocca che tutti i bimbi del mondo conoscono, ma credo nessuno sappia … dove abiti la befana.

E’ un segreto che nonno Peter tiene custodito nel suo cuore.

 

Tanto tempo fa, in una gelida sera del 6 gennaio, la befana – curva sotto il peso dei regali – arrivò puntuale nelle case per distribuire generosamente dolciumi a tutti, che ingordamente le si riunivano attorno per avere le caramelle più buone.

 

Quando la befana giunse a S. Malò, nonno Peter si accorse che la vecchina era affranta e sembrava aver perso lo spirito di letizia che aveva sempre avuto cavalcando la sua scopa magica.

 

La povera cara donnina era disperata perché l’avidità e l’egoismo degli uomini stavano lentamente distruggendo la sua casa di famiglia, quella che aveva visto generazioni di befane e che era costruita interamente con mattoni di amore, finestre di amicizia, porte di solidarietà e tetto di fantasia.

 

Nonno Peter, profondamente afflitto dal dolore della befana, le donò un grande e maestoso olmo. All’interno del tronco, la vecchina avrebbe potuto vivere agiatamente, al caldo e con l’allegria e l’amicizia dei ragazzi di S. Malò.

 

Questo gesto amoroso salvò la casa della befana dalla distruzione, e salvò la storia ed il mondo intero dalla perdita di una splendida tradizione.

 

Ogni anno, la notte del 6 gennaio, per ringraziare nonno Peter, come per magìa, un olmo grandissimo, circondato da un pulviscolo dorato… appare sulla collina dell’amore e, come ogni anno anche quest’anno…

La befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte…

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