EBOOK o LIBRI DI CARTA? L’opinione

«Tra ebook e carta non c’è gara: l’editoria è già digitale da 30 anni»

Per l’uscita del suo nuovo romanzo, Maurizio Maggiani parla del futuro del libro, stretto tra digitale, espedienti editoriali e crisi dei lettori

Il romanzo della nazione

15 Settembre 2015 – 15:00

 

Nella sua carriera trentennale Maurizio Maggiani ha pubblicato, tra le altre cose, nove romanzi, un reportage di viaggio, una guida e un’invettiva. Ha vinto, tra le altre cose, un Premio Strega, un Campiello, uno Stresa, un Viareggio Répaci e anche un premio Ernest Hemingway. Ma Maurizio Maggiani non è uno scrittore.

«Io non sono uno scrittore. Io sono un narratore». Lo dice con la tranquillità di chi sa che le domande che la vita ti pone davanti sono ben altre, ma lo dice guardando negli occhi, sicuro di non sbagliare. È a Mantova a presentare il suo ultimo romanzo, Il Romanzo della Nazione, in uscita per Feltrinelli, e appena si siede su una delle sedie di cartone, una di quelle che trovi solo nella sala stampa del Festivaletteratura, si ferma a osservare e a tocchignare la tastiera nera che gli sta davanti. «È una bella tastiera questa, e non deve nemmeno costare molto, senta come suona…».

«Io non sono uno scrittore. Io sono un narratore»

Non è un caso, questo sua passione per quella tastiera. E per capirlo basta chiedergli come ha iniziato a scrivere, magari aggiungendo una domanda su come sia cambiata la sua vita di scrittore quando ha smesso di scrivere a macchina o a penna per darsi al computer.

«Non è cambiata di una virgola», dice. E continua a guardare negli occhi, come fanno gli uomini quando non hanno segreti da nascondere. E sorride, anche, perché prima ancora della domanda successiva — un Perché un po’ stupito — quello stupore l’ha già capito dallo sguardo dell’intervistatore.

«Perché l’unica cosa che io abbia scritto a mano è stata il mio tema all’esame di maturità», risponde, godendosi la sorpresa che non se ne va dallo sguardo di chi ha seduto di fronte.

Quindi come ha iniziato a scrivere?
Partiamo da una premessa, io non ho mai avuto la vocazione di scrivere, potevo averne altre, ma quella no. Ho cominciato a scrivere a causa di un incidente in moto che ho fatto nel 1985. All’epoca stavo lavorando nel cinema industriale come operatore e mi son trovato a non potermi muovere. In quel momento come oggetto consolatorio — amo molto gli oggetti consolatori — mi sono comprato il primo Macintosh, il primo computer della Apple. Decisi quando vidi che quando scrivevo sulla tastiera il testo mi appariva sullo schermo come un libro stampato. Non ci misi molto a firmare le mie 24 cambiali, spendendo 5 milioni e 800mila lire. Poi cominciai a scrivere. Così, per sentire il chiocciolio di quella tastiera meravigliosa. Anche adesso, quando scrivo su una bella tastiera io mi sento come Ray Manzarek che fa un assolo sulla Hammond e sta dietro a Jim Morrison. È un piacere fisico.

«Io non ho mai avuto la vocazione a scrivere, potevo averne altre, ma quella no. Ho cominciato a scrivere a causa di un incidente in moto che ho fatto nel 1985»

Quando ha capito di essere uno scrittore?
Diciamo una cosa, io non sono un bravo scrittore. Io sono un bravo narratore. E lo sono da prima che cominciassi a imparare a scrivere. Perché io a 4 anni me la sono cavata da un disastro di rapporti interni a una banda di ragazzini tra cui io ero il più piccolo e il più gracile — sono nato in un’epoca in cui i conflitti dell’infanzia erano conflitti maneschi — raccontando una palla gigantesca su un mostro che avevo visto una notte, riscossi ampio successo e non le presi.

Cosa era successo?
Avevo semplicemente chiamato mostro il primo trattore che era arrivato in campagna da noi, una roba sconvolgente per noi piccolini, con i fari gialli accesi nella notte. Ma la prova che ero già un bravo narratore è che i più grandi, anche una volta che ero stato sbugiardato — perché era chiaro che quello che descrivevo non era un mostro ma il trattore di Fernà — hanno preferito la mia storia piuttosto che la verità. Era più bella.

«È già da tanto tempo che il libro è strutturalmente digitale, su carta leggiamo la trasformazione in analogico di un lavoro che è totalmente digitale»

Si parla dell’ebook come di una rivoluzione degli ebook, ma in realtà, come dimostra la sua storia, il libro è già digitale da trent’anni: l’autore scrive in digitale, l’editore legge, corregge e impagina con i computer, è solo l’ultimo passaggio, quello del lettore, che avviene su carta. Di che cosa stiamo parlando allora?
Esatto, infatti si può tranquillamente dire che da quando ho iniziato io ho iniziato a scrivere ebook, nel 1985, non nel 2015. Trent’anni fa. Quelli che vanno pazzi per i miei libri di carta mi fanno un gran piacere, ovviamente, però in realtà stanno leggendo la trasformazione in analogico di un lavoro di scrittura che è totalmente digitale. Un libro che è già da tempo strutturalmente digitale.

Cosa cambia nel lavoro di scrittura?
Avendo cominciato a scrivere su un computer il mio modo di scrivere sarebbe impossibile da replicare con una macchina per scrivere. Avendo davanti la pagina costantemente, una pagina pulita, simile a quella che vedrà il lettore, io ho la possibilità di fare migliaia di revisioni, di ritocchi, di correzioni, e le faccio, me la prendo tutta questa possibilità, che non avrei scrivendo su carta. E la mia scrittura è proprio questo, che piaccia o non piaccia, bella o brutta che sia, è nata dalla possibilità che mi dà il personal computer con un programma di scrittura.

«Il Don Chisciotte sarebbe completamente diverso se fosse stato scritto al computer. Ma vale per tutti coloro che scrivevano prima dell’avvento del computer»

È un cambiamento paradigmatico? Per esempio, il Don Chisciotte scritto al computer sarebbe il Don Chisciotte?
Alla prima dico sì, è assolutamente un cambiamento paradigmatico. Alla seconda, invece, certo che no, il Don Chisciotte sarebbe completamente diverso. Ma non vale solo per Cervantes, vale anche per Manzoni, per Gadda e per tutti coloro che scrivevano prima dell’avvento del computer. Perché nella loro testa le frasi nascevano direttamente, nascevano più definitive, già elaborate e ripetute chissà quante volte in testa. Ora, al contrario, le frasi nascono imperfette per definizione, il ragionamento si è spostato dalla testa alla pagina.

Se dal punto di vista della produzione la letteratura è già digitale da un bel po’, da quello della commercializzazione è più recente. C’è futuro per la carta?
Le rispondo con una provocazione: ci sono tre miliardi di essere umani al mondo che non usano ancora la carta igienica. Hanno diritto o no a usarsi un metro di carta per uno? E la chiederanno, prima o poi, e lotteranno per quello. Tre miliardi di metri sono tre milioni di chilometri al giorno. Non bastano tutti i pioppi del mondo per fare questa carta, per rispondere a un diritto. Allora, quando quelli che vogliono la carta igienica saranno di fronte a quelli che vorranno stampare la Divina Commedia, diranno loro che no, che prima vogliono pulirsi il culo, poi se ne avanza si stampi la Divina Commedia. E infatti non è certo il mercato editoriale a tirare, è piuttosto quello della carta igienica.

«L’editoria è un’industria, e la carta, dal punto di vista economico, è una follia»

Che futuro ha il mercato editoriale?
Quando vengo a Mantova mi sembra sempre di essere all’ultima convention, ad Alessandria d’Egitto, degli incisori di tavolette d’argilla. Perché lo percepisci chiaramente che è finita. La questione della carta, che ci piaccia o no, è una questione già decisa dal punto di vista economico: l’editoria è un’industria, e la carta, dal punto di vista economico, è una follia.

Perché è una follia?
Il costo di un libro medio è 20 euro e la distribuzione dei ricavi è così ripartita: dal 5 al 10 per cento — lordo — è il guadagno dell’autore, a seconda della sua fama e della sua capacità di contrattazione. Poi c’è il lavoro editoriale, dalla redazione all’ufficio stampa, che è un altro 10 per cento. Poi c’è la stampa, un altro 10. Il resto, diciamo un settanta per cento, se ne va, nell’ordine, per pagare il magazzino, il trasporto della carta dal magazzino alla libreria, il costo del ritrasporto della carta invenduta, la maggior parte, dalla libreria di nuovo al magazzino. Questi dati vanno poi incrociato con un altro dato: più dell’ottanta per cento della carta che arriva in libreria torna indietro invenduta. Qualcuno mi vuole spiegare qual è quell’impresa — che venda verdura o lavatrici non importa — che può andare avanti con l’88 per cento di resa del suo prodotto. Nessuna.

«L’impresa editoriale è presidio psichiatrico: metà della carta stampata in Italia se la paga chi scrive solo per dare sollievo al suo disagio affettivo e sociale»

L’editoria è l’unico settore che si lamenta del proprio insuccesso con i propri clienti. Il problema quindi secondo lei è più dei produttori che dei consumatori?
Ma certo che è un problema dei produttori. L’impresa editoriale è presidio psichiatrico: metà della carta stampata in Italia se la paga chi scrive solo per dare sollievo al suo disagio affettivo e sociale. Ma il problema più grosso è che l’impresa editoriale si regge su un trucco contabile che gli permette di continuare a esistere, mentre in teoria se vigessero le normali regole dell’economia, sarebbe già tutto fallito.

Qual è questo trucco?
Io pubblico un libro. Vado dai librai e gli dico: mi compri 10 Maggiani, se me ne prendi 12, due te li regalo anche. Il libraio, che gli dice sì, fa fattura, quindi per la casa editrice quel prodotto è venduto. Dopo sei mesi il libraio, che di Maggiani nel frattempo ne ha venduti due, i dieci li rimanda indietro, ma non li paga mica.

«L’industria editoriale esiste ancora perché corre costantemente un passo davanti ai suoi debiti»

E cosa succede?
Succede che quei libri rientrano in magazzino, che ha costi altissimi, e devono starci per legge un tot di tempo prima di andare al macero. Nel frattempo, l’editore va tutti i giorni va da quel libraio e gli vende Dickens, Bruno Vespa rimandando la questione sempre di sei mesi. Ma nel frattempo al libraio vende migliaia e migliaia di altri libri. L’industria editoriale esiste ancora perché corre costantemente un passo davanti ai suoi debiti.

«È inutile che ce la raccontiamo, i lettori ormai sono un’élite quindi l’industria editoriale deve produrre prodotti d’élite, e il prodotto d’élite è un prodotto che nasce da un lavoro lento»

Però anche i lettori stanno diminuendo…
Parliamoci chiaro, io penso, da anarchico, che la lettura sia un diritto come la casa, il lavoro e la salute, ovvero diritti fondamentali dell’uomo. Ma l’uomo nel suo complesso, soprattutto l’homo italicus, non è che ci creda più di tanto a questa cosa. Su 60 milioni di italiani quanti sono quelli che leggono? Un paio di milioni. È inutile che ce la raccontiamo, anche se io sono perché tutti leggano, questa resta un’élite. E un’élite vuole un prodotto d’élite. Se non trova il prodotto che vuole lascia perdere. Quindi l’industria editoriale deve dare un prodotto d’élite ai suoi lettori, e il prodotto d’élite è un prodotto che nasce da un lavoro lento. Ci vuole anni per fare un libro, non puoi sfornarne uno ogni sei mesi. Io infatti ne scrivo uno ogni 4-5 anni, e ciò fa di me un uomo povero, ma a me va bene così, perché so che mi ci vuole del tempo per lavorare. Io vivo una vita dignitosa, mi sembra che non mi manchi nulla, anzi, quest’anno mi sono comprato anche questa camicia, vado bene, benissimo.

Quindi la soluzione è accontentarsi?
Accontentarsi è una parola sbagliata. Bisognerebbe vivere con più dignità e godere un po’ di più.

«Accontentarsi è una parola sbagliata. Bisognerebbe vivere con più dignità e godere un po’ di più»

Cambiamo argomento: si parla sempre di più di storytelling, ma non per parlare di narrativa, quanto di giornalismo o addirittura di politica, come mai?
Premetto che non conosco bene l’inglese, l’ho studiato ma non lo so parlare, non lo so scrivere, lo so un po’ leggere, ma non lo conosco e non è un vanto. Ho 64 anni sto ancora cercando di imparare l’italiano e spero che prima di morire riuscirò ad avere un quadro abbastanza soddisfacente. Ripeto non è un vanto, è una condizione. Io sono passato all’italiano dalla lingua materna, sono nato in una realtà, quella degli anni Cinquanta, in cui la lingua materna non era ancora quella nazionale. Dopodiché lo so cosa si cela dietro questa etichetta. Lo so come lo sapeva Pasolini, ovvero non ne ho le prove, ma lo so. Lo so che quando per dire qualcosa mi rifilano un termine inglese, soprattutto quando è composto, lì c’è dietro un’inculata. Quando un politico mi dice spending review, o jobs act, io so già che mi sta per inculare. E alla lunga ho capito che non sbaglio. Ora, per riprendere la sua domanda, devo dirle che io vivo in campagna e francamente mi è sfuggita questa polemica sul cosiddetto “storytelling”. Probabilmente lo chiamano così perché è più figo per l’ufficio marketing, forse vende di più…

«I più grandi romanzi dell’umanità – dall’Iliade al Cantare dei Nibelunghi – non sono scritti, sono raccontati, e spesso sono raccontati da analfabeti. Solo dopo sono stati messi per iscritto»

Parliamo di un’altra parola che ciclicamente viene data per morta: il Romanzo. Lei ha appena intitolato il suo ultimo libro Il Romanzo di una Nazione. Cosa significa “romanzo” nel 2015?
Romanzo significa racconto, narrazione nella lingua romana. E la lingua romana non è il latino, è quella sorta di lingua universale mediterranea che ha dato origine poi alle lingue romanze, ed era una lingua parlata, quella scritta era il latino. Quindi il romanzo è il racconto nella lingua parlata. I più grandi romanzi dell’umanità, dall’anello del Nibelungo all’Iliade, non sono scritti, sono raccontati, e spesso sono raccontati da analfabeti, gente che non ha mai saputo scrivere. Solo posteriormente sono stati messi per iscritto. Non bisogna saper scrivere per essere grandi narratori.

«L’autore non è mai uno, sono almeno due: uno che racconta e uno che ascolta, o che legge. Se non ci sono tutti e due il racconto non c’è, al limite c’è un vaniloquio, c’è uno che parla da solo, uno matto»

Cos’è per lei essere un narratore?
Il narratore ha un’arte narrativa che è fatta di molte cose, che non è solo la padronanza della lingua, ma anche del tono, del gesto, dell’ambiente, sa costruire dentro uno stanzone disadorno un teatro, perché devi convincere la gente a stare lì, devi convincerli che ne vale la pena. Io cerco di trasformare tutto questo in un racconto scritto, cerco di ricostruire su una superficie piatta che è quella dello schermo o della carta la tridimensionalità della narrazione orale. La narrazione orale infatti è tridimensionale, è fatta dal tono di voce, di gesto, di spazio, di sguardi di quelli che stanno ad ascoltare. Perché una cosa che ho imparato è che l’autore non è mai uno solo, che non esiste Maggiani come autore, e nemmeno Tolstoj. L’autore non è mai uno, sono almeno due: uno che racconta e uno che ascolta, o che legge. Se non ci sono tutti e due il racconto non c’è, al limite c’è un vaniloquio, c’è uno che parla da solo, uno matto.

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